Diego Cugia

Diego Cugia di Sant’Orsola nasce a Roma il 24 maggio 1953. Ha lavorato come giornalista, scrittore, regista ed è uno dei più bravi autori di radio e televisione in Italia.

AUTORITRATTO DI UN AUTORE DA CUCCIOLO

Diego Cugia da bambino

Diego Cugia da bambino

Sono nato a Roma ma la mia famiglia è sarda, e i padri dei miei padri provenzali e i loro avi spagnoli, e ho sempre desiderato vivere in una città che non c’è, perché è Barcellona, con il quartiere Castello di Cagliari, la cattedrale di Alghero, un mercato provenzale e il porto di Lisbona. A scuola sono sempre stato rimandato o bocciato, finché mio padre non mi affidò a Guglielmo Martucci, “l’uomo che sapeva tutto”, ed era stato, a sua volta, il suo professore di filosofia. Guglielmo era un genio di periferia, con i capelli da Einstein e il corpo deformato del gobbo di Notre Dame, perché da bambino era caduto da un albero. Abitava in capo al mondo, distanza che veniva coperta da cinque autobus al giorno, andata e ritorno, e mi ha insegnato due cose: la prima, che studiare può essere più strabiliante della donna baffuta del circo; la seconda, che la periferia di una grande città nasconde dei monumenti umani, mentre il centro solo dei monumenti.
Da cucciolo, mio nonno mi leggeva Dante. Ne rimasi talmente impressionato che a nove anni scrissi un poema in tredici pagine dal titolo “La Divina Tragedia”. Mi rammento solo l’ultimo, esilarante verso (a me faceva piangere e vibrare d’immenso) in cui descrivevo così la mia caduta agli inferi: “E allor tombossi/ E fiamme e mari si riversarono sul mondo crudele”.
Mi sono diplomato privatamente a diciassette anni e sono andato a vivere da solo, in una camera dalle parti di piazza Navona, in Via Sora. Per mantenermi ritiravo sacchi di monetine dalle macchinette Faema sparse per gli uffici della città e le rifornivo di zucchero, bicchierini e caffè; facevo l’aio di bambini di famiglie signorili (oggi si direbbe baby-sitter); la notte, per tre anni, sono stato praticante non riconosciuto per quotidiani secondari nelle tipografie a piombo di una volta. Più dei cronisti, i miei maestri sono stati i grandi tipografi che mi hanno insegnato che si può tagliare chiunque, e forse, prima ancora d’imparare a scrivere, ho imparato a tagliarmi. Molti anni dopo ho appreso che anche questo è un vizio, e conduce alla perfezione lapidaria della pagina bianca. Lo stile, credo, si raggiunge infondendo temperanza fra i due estremi.
Da ragazzo ho letto i romanzi che ho più amato: “Martin Eden” e “Il vagabondo delle stelle” di London, “Le illusioni perdute” di Balzac, “Alla ricerca del tempo perduto” di Proust, “Demian” di Hesse, le “Conversazioni in Sicilia” di Vittorini, “Tonio Kroger” di Mann, “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa, “Lo straniero” e “La peste” di Camus (ma soprattutto “Il mito di Sisifo” che mi ha insegnato a soffrire con dignità) e tutti i romanzi di Dickens pubblicati in Italia. Le “Memorie di Adriano” della Yourcenar, invece, Stendhal, i russi, la narrativa americana (Conrad e Melville) e in particolare quella sudamericana, a partire da “Cent’anni di solitudine”, li ho letti dopo. Da ragazzo mi sono abbeverato a tutti i racconti di Poe, di Buzzati, di Calvino, di Cechov. Alle poesie di Rilke, di Borges, di Silvia Plath, di Eluard, di Neruda e di Evtušenko, e soprattutto di Giovanni Pascoli. L’amore per Pascoli e per la letteratura lo devo a mio padre e alla sua voce che tremava leggendomi “La pecorella smarrita” o “Tra San Mauro e Savignano” e alla sua sfavillante biblioteca. Oggi leggo un poco meno, ma faccio incontri ancora straordinari. Jules Renard, per esempio, letti i suoi diari capisci chi sia stato lo zio di Flaiano.
Sono stato iniziato al Krya Yoga, lo yoga spirituale, dall’allievo di Yogananda, un indiano di più di ottant’anni e dal sorriso senza tempo che sosteneva di essere stato mio figlio in una vita precedente. Ma io non me lo ricordo.

Diego Cugia

Diego Cugia

Il mio primo articolo riguardava l’emblematica morte di Antonio Corte, uno straordinario giornalista corrispondente da Parigi de “Il Mondo” di Pannunzio. Uomo che non faceva compromessi, non teneva famiglia e non si vendeva per una bistecca. Scoprii che lo stress di essere un giornalista libero, in un paese di leccascarpe, gli aveva scatenato un suicidio nel sangue. E che dei batteri del nostro organismo, di solito innocui, possono trasformarsi in kamikaze. Sono diventato giornalista professionista a ventitré anni, il giorno dopo l’editore de “Il Globo” mi ha licenziato perché, nonostante avessi scritto più di trecento articoli, mi ero permesso di fare l’esame sottraendomi alla mia condizione di “negro”. Nonostante le promesse, la redazione non ha fatto un’ora di sciopero per me, ma due giorni per un aumento di cinquemila lire. La settimana successiva sono stato ricoverato per una broncopolmonite fulminante di origine sconosciuta e, dopo un mese tra la vita e la morte, sono stato salvato da un nuovo antibiotico non ancora in commercio. I batteri erano della stessa famiglia di quelli che suicidarono Antonio Corte. Grazie a questa esperienza ho scritto il mio primo racconto, s’intitolava “La sfida”. L’ho bruciato insieme a tutte le centinaia di poesie scritte dai 14 ai 24 anni. E non si sa perché. Dal 1974 al 1976 ho inviato racconti e poesie a tutti i giornali d’Italia. Nessuno mi ha mai pubblicato o risposto. Nel 1976 “La Fiera Letteraria” mi ha pubblicato due poesie. L’articolo di presentazione cominciava così: “Chi lo dice che in Italia non esistono più poeti? Noi ne abbiamo scoperto uno…” Lo ricordo come uno dei giorni più emozionanti della mia vita. Anche in questo caso, rammento un solo verso di quella poesia giovanile: “Oggi ha sempre lo stomaco pieno/ e la gente lo nota come avesse mangiato suo padre”. Letto il quale si capisce perché sono entrato in analisi.
Nel 1977 ho cominciato a lavorare per Radio Rai, per la quale sono sempre rimasto un collaboratore esterno. I miei programmi di maggior successo sono stati due radiofilm: “Il mercante di fiori” e “Jack Folla”. Al momento sono sempre esterno, ma non sono più un collaboratore.Per Radio 24 ho scritto e condotto “Zombie”. Per la televisione ho scritto “Alcatraz” ed ho collaborato come autore agli show di Adriano Celentano “Francamente me ne infischio” e “RockPolitik”. Per Gianni Morandi ho ideato e scritto lo show itinerante “Non facciamoci prendere dal panico”. Dei miei romanzi, a parte “Alcatraz”, amo i meno amati o poco letti dal pubblico: “Domino”, per esempio, e “Nessuno può sfrattarci dalle stelle”.
Preferisco i rigori della solitudine ad amori mediocri e convivenze di comodo. Oltretutto, da solo sto benissimo. Ma se si tratta di un raro, grande amore, mi arruolo subito e gettandomi ogni cosa alle spalle (tranne i figli) parto per questa guerra di emozioni, nervi, sensi e conoscenza, nella quale non arretro e non mi arrendo se non dopo essere stato fucilato dai plotoni di esecuzione di una donna. Dei racconti amo l’antefatto e il mistero dopo la fine. Per quanto riguarda questa, se qualcuno già la sapesse, è pregato di non raccontarmela. Anche se lo considerasse un film irrilevante, è comunque il mio. Come finirà non voglio saperlo neanche in cambio di uno scoppiettante sacchetto di popcorn.

Roma, maggio 2016

Diego Cugia

 

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